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	<title>ViaggioIdealeAsia</title>
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		<title>Video della Cappadocia (Turchia)</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 22:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>oissela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Cappadocia (in turco: Kapadokya; greco Καππαδοκία) è una regione storica dell&#8217;Anatolia, un tempo ubicata nell&#8217;area corrispondente all&#8217;attuale Turchia centrale, che comprende parti delle province di Cesarea, Aksaray, Niğde e Nevşehir.
La Cappadocia si caratterizza per una formazione geologica unica al mondo e per il suo patrimonio storico e culturale. Nell&#8217;anno 1985 è stata inclusa dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/12/video-della-cappadocia-turchia/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>La Cappadocia (in turco: Kapadokya; greco Καππαδοκία) è una regione storica dell&#8217;Anatolia, un tempo ubicata nell&#8217;area corrispondente all&#8217;attuale Turchia centrale, che comprende parti delle province di Cesarea, Aksaray, Niğde e Nevşehir.</p>
<p>La Cappadocia si caratterizza per una formazione geologica unica al mondo e per il suo patrimonio storico e culturale. Nell&#8217;anno 1985 è stata inclusa dalla UNESCO nella lista dei siti patrimonio dell&#8217;Umanità, con una superficie protetta di 9576 ha.</p>
<p>La regione che attualmente prende il nome di Cappadocia è molto più piccola di quello che era l&#8217;antico regno di Cappadocia di epoca ellenistica.</p>
<p>Il parco nazionale di Göreme e i siti rupestri della Cappadocia sono stati dichiarati patrimonio dell&#8217;umanità dall&#8217;UNESCO.</p>
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		<title>L&#8217;isola di Bora Bora (video)</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 21:58:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>oissela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bora Bora è un&#8217;isola facente parte dell&#8217;arcipelago delle Isole della Società, precisamente nel gruppo delle Isole Sottovento, nell&#8217;Oceano Pacifico. Amministrativamente è ricompresa nella Collettività d&#8217;Oltremare della Polinesia francese e comprende l&#8217;omonimo comune (capoluogo Vaitape), cui appartiene anche l&#8217;atollo di Tupai.
Situata a 250 km a nord-ovest di Tahiti, Bora Bora presenta una conformazione alquanto singolare. L&#8217;isola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/12/lisola-di-bora-bora-video/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><strong>Bora Bora</strong> è un&#8217;isola facente parte dell&#8217;arcipelago delle Isole della Società, precisamente nel gruppo delle Isole Sottovento, nell&#8217;Oceano Pacifico. Amministrativamente è ricompresa nella Collettività d&#8217;Oltremare della <strong>Polinesia francese</strong> e comprende l&#8217;omonimo comune (capoluogo Vaitape), cui appartiene anche l&#8217;atollo di Tupai.</p>
<p>Situata a 250 km a nord-ovest di Tahiti, Bora Bora presenta una conformazione alquanto singolare. L&#8217;isola propriamente detta sorge infatti al centro di una laguna, circondata a nord e a est da due lunghi motu, chiamati rispettivamente Motu Mute (su cui sorge anche l&#8217;aeroporto di Bora Bora) e Motu Piti Aau. A nord-est la barriera corallina affiora con piccoli motu, separati da brevi tratti di mare di poca profondità, e con l&#8217;isolotto di Tevairoa. Infine a sud-ovest sorge un altro motu, Motu Toopua. Tra quest&#8217;ultimo e Tevairoa si trova un altro piccolo isolotto, Teavanui, in prossimità del quale è presente l&#8217;unico punto in cui la barriera corallina si interrompe e attraverso il quale la laguna può comunicare (specie a livello di collegamenti navali) con l&#8217;Oceano. Per il resto la barriera corallina cinge Bora Bora come una diga, e questo anche a sud, ove non affiorano dall&#8217;acqua motu o isolotti.</p>
<p>La particolare forma suddetta si deve all&#8217;origine di Bora Bora, che in epoche remote (si stima durante il Pliocene superiore, precisamente tra 3,45 e 3,10 milioni di anni fa) era un gigantesco complesso vulcanico, che con il passare degli anni subì un progressivo inabissamento. Di esso oggi resta un vulcano spento, il monte Otemanu (727 metri), massima cima di Bora Bora.</p>
<p>Il principale centro di Bora Bora è <strong>Vaitape</strong> (4.927 abitanti), che è anche capoluogo comunale, nonché dell&#8217;omonimo comune associato. Altri centri rilevanti sono Faanui e Anau.</p>
<p>Come gran parte delle isole polinesiane, Bora Bora basa la propria economia essenzialmente sulla pesca e sul turismo. I più importanti centri turistici sorgono sui motu e sono frequentati ogni anno da migliaia di visitatori. Per la sua bellezza Bora Bora è chiamata la &#8220;perla del Pacifico&#8221;.</p>
<p>A livello sportivo, Bora Bora è, insieme alle vicine Huahine, Raiatea e Tahaa, una delle quattro isole tra le quali si svolge l&#8217;Hawaiki Nui Va&#8217;a, competizione internazionale di piroghe polinesiane (va&#8217;a).</p>
<p><strong>Storia</strong></p>
<p>Abitata fin dal IV secolo d.C. dagli antichi polinesiani (che la chiamarono Vava&#8217;u), fu avvistata per la prima volta dagli europei nel 1722, con il navigatore olandese Jakob Roggeveen. Nel 1769 fu nuovamente avvistata da James Cook, che vi pose per la prima volta piede nel 1777. Circa mezzo secolo dopo, precisamente nel 1820, la London Missionary Society vi fondò una missione. Nel 1842, tuttavia, l&#8217;isola fu trasformata in protettorato francese.</p>
<p>Durante la Seconda Guerra Mondiale, Bora Bora ospitò una base statunitense, comprensiva di 5.000 soldati e 9 navi. L&#8217;isola fu dotata anche di un sistema di fortificazioni, per difendersi dagli attacchi dei giapponesi.</p>
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		<title>Vacanze in Mongolia</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 21:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>oissela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
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		<description><![CDATA[La voglia di trascorrere una vacanza in un luogo lontano dalle solite mete turistiche, ci fa optare per un viaggio in Mongolia. Espletate le pratiche burocratiche (consistenti nella richiesta del visto al consolato onorario mongolo con sede a Torino, e successiva spedizione del passaporto tramite corriere convenzionato che nell&#8217;arco di pochi giorni ci riconsegnerà a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1728" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/Mongolia.jpg" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/Mongolia-300x107.jpg" alt="Mongolia" title="Mongolia" width="300" height="107" class="size-medium wp-image-1728" /></a><p class="wp-caption-text">Mongolia</p></div>
<p>La voglia di trascorrere una vacanza in un luogo lontano dalle solite mete turistiche, ci fa optare per un <strong>viaggio in Mongolia</strong>. Espletate le pratiche burocratiche (consistenti nella richiesta del visto al consolato onorario mongolo con sede a Torino, e successiva spedizione del passaporto tramite corriere convenzionato che nell&#8217;arco di pochi giorni ci riconsegnerà a domicilio il tutto), siamo pronti per la partenza. La Mongolia è una destinazione ancora relativamente poco battuta, e sono poche le compagnie aeree che vi arrivano. Per chi viaggia dall&#8217;Italia la scelta <strong>Aeroflot</strong> è pressoché obbligata. Per risparmiare qualche centinaio di euro a testa partiamo da Milano anziché dalla molto più comoda Venezia: dobbiamo fare scalo a Mosca, dove non possiamo uscire dalla zona internazionale dell&#8217;aeroporto a meno di non essere in possesso di visto russo. Poco male, perché all&#8217;andata dobbiamo aspettare solo due ore prima di imbarcarci per <strong>Ulan Bator</strong>. Il volo dalla capitale russa a quella mongola si rivela scomodissimo: i sedili sono stretti e a fianco di uno di noi è seduto un belga di notevole stazza che per tutto il viaggio non fa altro che bere vino, vodka e… sudare. Arriviamo comunque vivi e vegeti in Mongolia alle 7 di mattina e, dopo aver cambiato un po&#8217; di soldi, ci facciamo portare in centro da un tassista improvvisato. Non abbiamo prenotato un posto per dormire e perdiamo la mattina a cercarne uno. Notiamo subito come gli alberghi qui siano pochi e molto cari rispetto agli standard asiatici: decidiamo quindi di orientarci verso una ben più accessibile guesthouse. Ne dobbiamo girate diverse prima di trovarne una che avesse una stanza doppia libera. Alla fine troviamo posto alla <strong>Khongor Guesthouse</strong>: inizialmente vorremmo pernottare lì per una sola notte e poi cercare qualcos&#8217;altro. Ma poi il prezzo economico (circa 9 euro al giorno per la stanza), la possibilità di poter prenotare tour direttamente, e la posizione centrale ci fanno decidere di rimanere lì per tutto il periodo di ferie, o perlomeno per i giorni che resteremo ad Ulan Bator, visto che una parte considerevole della nostra permanenza in Mongolia la trascorreremo in giro per le sterminate lande desolate del Paese.</p>
<div id="attachment_1720" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/DSCN3421.JPG" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/DSCN3421-300x224.jpg" alt="Ulan Bator" title="Ulan Bator" width="300" height="224" class="size-medium wp-image-1720" /></a><p class="wp-caption-text">Ulan Bator</p></div>
<p>Al di fuori della capitale è pressoché impossibile viaggiare da soli: la rete ferroviaria è limitata al solo asse nord-sud (si tratta della linea che unisce la Russia alla Cina) e i minibus adibiti a trasporto pubblico sono utilizzati quasi esclusivamente dai mongoli per trasportare le merci ingombranti che acquistano nella capitale fino agli angoli più sperduti dello Paese. Per spostarsi da un posto all&#8217;altro della Mongolia ci vogliono ore e ore, talvolta giornate, di viaggio in dissestate strade di terra battuta (quelle asfaltate sono rare e per lo più situate nei pressi della capitale), ma quando si arriva a destinazione si dimenticano i disagi fin lì sopportati. Non resta quindi che affidarsi ai tour organizzati, che permettono di noleggiare una jeep (o, più spesso, un minivan) con autista e sono comprensivi di pernottamenti e pasti (e non è cosa da poco, per noi vegetariani, avere qualcuno che ci metta a disposizione piatti adeguati in un Paese in cui la dieta è quasi esclusivamente carnivora). La nostra prima destinazione è il <strong>monastero di Amarbayasgalant</strong>. Il termine &#8220;cattedrale nel deserto&#8221; è quanto mai adeguato per definire questo monastero. Si tratta di una bellissima costruzione attorniata da mura, situata in mezzo al nulla. Amarbayasgalant è uno dei principali templi buddisti della Mongolia ed ha un fascino enorme: a livello architettonico ricorda molto lo stile cinese piuttosto che quello tibetano, e così sarà per gran parte degli edifici religiosi che avremo modo di vedere in Mongolia. </p>
<div id="attachment_1724" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/Gher_Mongola.JPG" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/Gher_Mongola-300x224.jpg" alt="Gher della Mongolia" title="Gher della Mongolia" width="300" height="224" class="size-medium wp-image-1724" /></a><p class="wp-caption-text">Gher della Mongolia</p></div>
<p>La notte dormiamo in una <strong>gher</strong> (la tipica tenda circolare dei nomadi mongoli). E&#8217; un&#8217;esperienza indimenticabile: fuori c&#8217;è un bellissimo cielo stellato e dormire in mezzo alla natura lontani dal tran tran del mondo occidentale fa bene allo spirito.<br />
Il giorno seguente lo trascorriamo assieme ad una famiglia di nomadi: li osserviamo nelle loro attività quotidiane, legate in particolar modo all&#8217;allevamento, e giochiamo con i bambini a giochi in cui si inventano loro tutte le regole (ad esempio, una dama in cui solo loro possono mangiare le nostre pedine…). Come spesso accade in Asia, veniamo scambiati per americani. Chissà poi perché ogni occidentale viene considerato uno yankee… per quanto ci riguarda, tutto vorremmo sembrare a parte che sudditi dell&#8217;impero a stelle e strisce.</p>
<p>Dormiamo ancora in una gher, ma questa volta non si tratta più di una tenda solo per noi come quella della prima notte. Da ora in avanti dovremo abituarci a dormire assieme alle famiglie nomadi, in tende che non brillano certo per pulizia: anche questa, tuttavia, è un&#8217;esperienza da fare!</p>
<p>Ritorniamo ad Ulan Bator e ci ritempriamo prima di intraprendere un altro lungo viaggio, questa volta con destinazione <strong>Karakorum</strong>: non si tratta dell&#8217;omonima catena montuosa, ma della vecchia capitale dell&#8217;impero mongolo. In realtà, dei fasti dell&#8217;epoca non resta nulla. La città fu rasa al suolo dai cinesi e dalle rovine sono stati costruiti degli edifici religiosi circondati da mura su cui si ergono 108 stupa (monumenti votivi utilizzati per conservare reliquie) bianchi: il <strong>monastero di Erdene Zuu</strong>.</p>
<div id="attachment_1726" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/ErdeneZuu.JPG" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/ErdeneZuu-224x300.jpg" alt="Monastero Erdene Zuu" title="Monastero Erdene Zuu" width="224" height="300" class="size-medium wp-image-1726" /></a><p class="wp-caption-text">Monastero Erdene Zuu</p></div>
<p>Il colpo d&#8217;occhio dell&#8217;insieme è sensazionale e ripaga di tutte le ore passate nel minivan a sobbalzare per ogni buca. Trascorriamo qualche ora a visitare i diversi templi, immergendoci nella pace del luogo. La sera assistiamo ad uno spettacolo caratterizzato dall&#8217;esibizione canora di un anziano che ci fa conoscere il <strong>Khoomei</strong>, il canto gutturale tipico delle popolazioni mongole (va detto che di per sé la lingua mongola presenta già diversi suoni gutturali): assistiamo anche alle prodezze di una giovanissima contorsionista, e poi andiamo a goderci il meritato riposo in una gher situata all&#8217;interno di un villaggio turistico (se così si può chiamare). Il giorno seguente facciamo una breve escursione alla Boovon Khad, una roccia fallica meta di pellegrinaggio da parte delle donne che vogliono avere figli. Fatte le foto e le battute di rito, riprendiamo il cammino verso Ulan Bator. Per strada ci imbattiamo in una manifestazione ludica tipica della Mongolia: si tratta di una selezione locale per il <strong>Naadam</strong>, la più grande manifestazione sportiva che si svolge nel Paese, nella quale gli atleti gareggiano in tre discipline sportive (lotta, equitazione e tiro con l&#8217;arco).</p>
<p>Dopo qualche giorno di relax nella capitale, è la volta della terza ed ultima escursione: quella nel <strong>deserto del Gobi</strong>, che ci terrà impegnati per cinque giorni. Pur preferendo viaggiare da soli (cioè senza altri turisti), il caso vuole che due ragazze giapponesi abbiano organizzato con la stessa agenzia il nostro stesso tour per i medesimi giorni. Quindi, anche se con automezzi diversi, facciamo il viaggio assieme. Man mano che ci addentriamo nel deserto, la prima cosa che viene da pensare è che non è poi così diverso dal resto della Mongolia. Si tratta di una steppa con una vegetazione composta quasi esclusivamente da erba e piccoli arbusti, con l&#8217;alternanza di zone più brulle e di altre un po&#8217; più rigogliose. Soltanto, con l&#8217;incidere dei chilometri scompaiono via via le aquile che invece nel resto del Paese volano numerosissime in cielo e che spesso capita di incrociare appollaiate per terra o sopra qualche palo ad appena pochi passi di distanza. Il primo giorno di viaggio ci fermiamo a <strong>Baga Gazariin Chuluu</strong>, una montagna di granito in cui la roccia è modellata a formare un paesaggio che pare extraterrestre. Qui un tempo sorgevano dei templi, e qualche rovina, anche se ormai quasi inglobata dalle rocce, si può ancora intravedere. Dopo aver trascorso la notte in una gher, la mattina siamo pronti per ripartire: prossima tappa è il deserto come viene pensato nell&#8217;immaginario collettivo, che occupa soltanto una piccola parte della superficie del Gobi; noi abbiamo l&#8217;opportunità di vedere le <strong>dune di sabbia di Moltsog</strong>. Sembra di stare in una grande spiaggia in un ambiente, però, montuoso anziché marino. Ci divertiamo per un po&#8217; a scorrazzare tra le dune e ripartiamo quindi alla ricerca di una gher in cui dormire. Molto spesso le guide dei tour vanno alla ricerca sul momento di un posto dove passare la notte: i nomadi sono ospitali e, particolare non trascurabile, non disdegnano qualche <strong>togrog</strong> (la moneta mongola). </p>
<div id="attachment_1733" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/DesertoGobi.JPG" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/11/DesertoGobi-300x225.jpg" alt="Deserto del Gobi" title="Deserto del Gobi" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-1733" /></a><p class="wp-caption-text">Deserto del Gobi</p></div>
<p>Il tour nel Gobi riparte l&#8217;indomani con le visite a <strong>Bayanzag</strong> e a <strong>Temeen Shavar</strong>: si tratta di paesaggi dominati dal colore rosso della terra e da vegetazione molto rada. In età remote qui doveva esserci una presenza piuttosto nutrita di dinosauri, tant&#8217;è che nei dintorni si continuano a trovare resti di questi animali preistorici.</p>
<p>Ci trasferiamo poi a <strong>Yoliin</strong>, una zona di montagna con sentieri molto piacevoli da percorrere, che si snodano tra rocce ruscelli e dai quali scorgiamo vari animali tra cui diverse marmotte. La sera, prima di andare a coricarci (ovviamente, ancora in una gher), veniamo convinti a fare un giro in cammello, nonostante una certa contrarietà all&#8217;utilizzo degli animali a fini ludici. Fatto sta che a fine cavalcata, Gabriele viene disarcionato e cade rovinosamente a terra, facendosi male ma, fortunatamente, non troppo. Siamo in mezzo al deserto, a centinai di chilometri dal più vicino ospedale e i cellulari non prendono: non ci si può permettere di lamentare dolori. L&#8217;autista della jeep ci porge due bicchieri di vodka &#8220;Chinggis&#8221; a mo&#8217; di medicina e tutto finisce lì.</p>
<p>Comincia la mattina successiva la lunga marcia verso Ulan Bator: dopo ore e ore di viaggio ci fermiamo a pernottare nell&#8217;ennesima gher nei pressi della cittadina di <strong>Erdene Dalai</strong>. Quest&#8217;ultima è un agglomerato di case per lo più in legno e lamiera con qualche edificio in mattoni di impronta sovietica. Come in tutti gli altri centri abitati (sono tutti simili, se si eccettua Ulan Bator, che fa storia a sé), i bagni sono posti poco distanti dalle ultime case e consistono di una casetta in legno (o, talvolta, costruita con l&#8217;abitacolo di un camion) che poggia su delle assi posizionate in maniera tale da lasciare una fessura piuttosto ampia; la fessura a sua volta si apre sopra una buca profonda che rappresenta la rete fognaria.</p>
<p>Ormai siamo stanchi di trascorrere gran parte della giornata a guardare fuori dal finestrino paesaggi che dopo un po&#8217; risultano essere sempre uguali. Passiamo ore a contare i copertoni dei camion che vengono abbandonati in gran numero ai bordi della strada e quando arriviamo a Ulan Bator (nel tardo pomeriggio) non possiamo esimerci dal recarci a rilassarci al chioschetto della Tiger (ottima birra mongola).</p>
<p>Per quanto riguarda Ulan Bator, l&#8217;abbiamo visitata approfittando dei giorni di intervallo tra un tour e l&#8217;altro: la città ci è subito piaciuta tantissimo. Piuttosto inquinata (come molte città asiatiche), appare ai visitatori come un misto di vecchia capitale di stampo sovietico e città in continuo mutamento in cui trovano posto, gli uni accanto agli altri, modernissimi centri commerciali e piccole bancarelle in cui si vendono sigarette e frutta e che fungono anche da telefoni pubblici (sopra un banchetto è posizionato un telefono collegato chissà dove di cui i mongoli usufruiscono spesso!). Prendiamo subito confidenza con i luoghi più conosciuti: il centro è costituito da <strong>Piazza Sukhbathaar</strong>, la classica piazza di vaste dimensioni di stampo sovietico dominata dal palazzo del Parlamento presso il quale è situata una statua di <strong>Gengis Khan</strong> (una statua di modeste dimensioni, in attesa di quella molto più grande che le autorità hanno in cantiere di costruire). Non distante vi è un grande centro commerciale in cui si trova un po&#8217; di tutto e che fungerà come punto di riferimento sia per cambiare soldi che per l&#8217;acquisto di diverse cose. Tra i luoghi che visitiamo il più incantevole è di sicuro il <strong>Monastero di Gandan</strong>, nel quale assistiamo ad una cerimonia cui partecipavano decine e decine di monaci oltre a numerosi fedeli. Per il resto, visitiamo un paio di musei (<strong>Museo di storia naturale</strong> e <strong>Museo Nazionale di storia mongola</strong>) mentre rinunciamo ad altri luoghi che magari avrebbero anche meritato una visita, preferendo bighellonare un po&#8217; per la città, che dal nostro punto di vista merita veramente di essere conosciuta non soltanto da un punto di vista turistico. La penultima sera andiamo alla <strong>collina di Zaisan</strong>, dove si trova un Memoriale dedicato all&#8217;antica amiciza mongolo-sovietica. Si tratta di un insieme monumentale imponente, di stampo tipicamente socialista, sopravvissuto al cambio di regime avvenuto in seguito alla disgregazione dell&#8217;U.R.S.S. La collina è frequentata abitualmente dai giovani del posto, che vi si recano per trascorrere dei momenti romantici. Il panorama di Ulan Bator che si vede da qui è sensazionale, e ci lascia tanta malinconia, visto che siamo ormai agli sgoccioli del nostro viaggio. Scesi dalla collina, visitiamo anche un parco che si trova nei dintorni, caratterizzato dalla presenza di una grande statua dorata di Buddha: anche qui è pieno di gente che ne approfitta per una passeggiata o per pregare. Arriviamo così alla fine della vacanza: l&#8217;ultimo giorno ad Ulan Bator lo dedichiamo allo shopping (tra le altre cose, troviamo anche la maglia della nazionale di calcio mongola, una chicca…) e a sedute di massaggi (qua veramente economici). La mattina dopo ci imbarchiamo nuovamente su un volo Aeroflot diretto a Mosca e, dopo sette interminabili ore trascorse all&#8217;aeroporto Sheremetyevo in attesa della coincidenza, a malincuore saliamo sull&#8217;aereo che ci riporterà in Italia.</p>
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		<title>Ricordi giapponesi</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 21:15:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CAP 1. SHOCK
18 dicembre 2007 &#8211; Osaka
Milano-Tokyo, circa 13 ore di volo, anni luce di distanza culturale.
Visitando il Giappone si comprende il perchè i nipponici fotografino ossessivamente ogni angolo delle nostre belle città: lì tutto è diverso, gli edifici, le strade, i prodotti al supermercato, le professioni, i divertimenti, il modo di esprimersi e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1582" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/08/giappone.jpg" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/08/giappone-300x225.jpg" alt="Kyoto - Tempio Kinkaku-ji" title="Kyoto - Tempio Kinkaku-ji" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-1582" /></a><p class="wp-caption-text">Kyoto - Tempio Kinkaku-ji</p></div>
<p><strong>CAP 1. SHOCK</strong><br />
18 dicembre 2007 &#8211; Osaka</p>
<p>Milano-Tokyo, circa 13 ore di volo, anni luce di distanza culturale.<br />
Visitando il Giappone si comprende il perchè i nipponici fotografino ossessivamente ogni angolo delle nostre belle città: lì tutto è diverso, gli edifici, le strade, i prodotti al supermercato, le professioni, i divertimenti, il modo di esprimersi e di comunicare. La conseguenza è una fase iniziale di shock anestetizzato dall&#8217;euforia, abbagliato dalle grandi insegne luminose intermittenti, quasi un&#8217;ambientazione da Blade Runner, disorientato per l&#8217;assenza delle vie e dei numeri civici, sicurezza spaziale insita nella mente di un occidentale, perplesso dalle indicazioni stradali di passanti gentili, talmente cordiali da aiutarti nonostante non abbiano idea di dove tu voglia realmente andare, anche a costo di dirigerti dalla parte opposta.<br />
Non preoccupatevi, lo shock dura solo pochi giorni, poi interviene la fase di adattamento, che ti permette di capire&#8230; o almeno di credere di capire.</p>
<p><strong>CAP 2. NON SOLO SUSHI E SASHIMI</strong><br />
19 dicembre 2007 &#8211; Osaka<br />
29 dicembre 2007 &#8211; Tokyo/Ueno</p>
<p>Il cibo occupa una parte importante nella vita quotidiana giapponese. Percorrendo le vie, si possono vedere piccoli ristorantini, a volte più simili a baracche, gremiti di clienti alla ricerca di uno spuntino, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Spesso il pasto si accompagna ad altre forme di divertimento, come il karaoke: anziani dall&#8217;aria affaticata, un po&#8217; brilli di sake, ringiovaniscono appena afferrano il microfono e si lanciano in performance canore improbabili!<br />
La città nipponica più famosa per l&#8217;arte culinaria è Osaka e in effetti la mia esperienza lo conferma. Il sushi e il sashimi, preparati alla ricerca di un&#8217;armonia estetica e di un equilibrio di sapori, sono economici e non c&#8217;è differenza di prezzo tra i molteplici tipi che si possono scegliere.</p>
<p>Un&#8217;esperienza da provare è il <strong>Mongio</strong> nel quartiere di Ueno a Tokyo, una scoperta unica grazie alla nostra amica Kaori. Si tratta di ristoranti modesti, che si trovano al secondo o terzo piano di edifici piuttosto anonimi, riconoscibili solo dalle enormi insegne al neon: per chi non legge i kanji intuire che si tratti di locali pubblici è davvero impossibile! L&#8217;odore di frittura è talmente forte che all&#8217;entrata i clienti vengono invitati a chiudere soprabiti e borse in sacconi di plastica; una volta accomodati davanti a piastre da cucina, una cameriera accende la bombola del gas e prende le ordinazioni&#8230; degli ingredienti! Infatti, armati di spatole e salsa di soia, sono gli stessi clienti che devono cucinarsi la pietanza scelta, cercando di seguire le istruzioni (ovviamente in giapponese) affisse alle pareti. I risultati sono delle specie di frittate saporite a base di carne macinata o pesce (es. piccoli gamberetti). Surreale, ma ci siamo tornati più volte!</p>
<p><strong>CAP 3. CIOCCOLATINI&#038;ORIGAMI</strong></p>
<p>Spinti dall&#8217;atmosfera natalizia e forse da una pre-nostalgia di casa, abbiamo portato in viaggio dei sacchetti riempiti con cioccolatini e caramelle tipicamente italiani, piccoli omaggi per destinatari ignoti. I giapponesi si sono rivelati un popolo poco diffidente e le reazioni alla consegna dei doni sono state sorprendenti: in particolare un ragazzo a Kyoto, che ci aveva indicato il bus per raggiungere l&#8217;albergo prenotato, si è tolto il berretto per l&#8217;emozione e commosso ci ha stretto la mano più volte ringraziandoci incredulo. Altri bambini in metro, spinti ad accettare i dolci dai nonni, hanno tentato di piegare l&#8217;incarto delle caramelle per creare piccoli origami. Conoscendo un po&#8217; alcuni giapponesi ho realizzato una sorta di predisposizione genetica: consegna loro un pezzo di carta, più o meno grande o colorato, e in pochi minuti vedrai creare nelle loro mani un <strong>origami</strong>. Ne conservo ancora uno, dono inaspettato di una barista di Kyoto: basta soffiarci e l&#8217;origami si gonfia come una piccola lanterna. Delizioso.</p>
<p><strong>CAP 4. ILLUSIONI DI CARTA</strong><br />
23 dicembre 2008 &#8211; Hiroshima</p>
<p>06/08/1945 ore 8:15. Questo momento ha segnato la fine di un&#8217;epoca e ne ha prepotentemente aperto una nuova: l&#8217;era della bomba atomica.<br />
<strong>Hiroshima</strong> è ora una qualsiasi città giapponese, la ricostruzione ha volutamente cancellato il passato, lasciando come unico segno della distruzione la cupola del <strong>D-Dome</strong>: uno scheletro metallico piegato dalla forza dell&#8217;esplosione, ma miracolosamente non crollato.<br />
Negli anni &#8216;50 Kenzo Tange, architetto simbolo dell&#8217;architettura moderna giapponese, ha reso omaggio alle vittime progettando il Centro della Pace: i pilotis del museo rappresentano la volontà del popolo giapponese di rialzarsi da terra e di ricominciare.<br />
L&#8217;origami a forma di gru, animale della rinascita e dell&#8217;immortalità, racconta le conseguenze dell&#8217;esplosione, ben più distruttive della bomba stessa. La <strong>piccola Sadako</strong>, ammalata di leucemia per l&#8217;esposizione alle radiazioni, ne ha piegato a centinaia, illudendosi di poter guarire: morì, come molti altri bambini. Tutt&#8217;ora visitatori di Hiroshima continuano a piegare gru colorate, piccole illusioni di carta in memoria di Sadako e di tutte le vittime di una scelta inspiegabile.</p>
<p><strong>CAP 5. ESSENZA DEL VUOTO</strong><br />
24 dicembre 2007 &#8211; Kyoto/tempio Ryoan-ji</p>
<p>I giardini zen rappresentano un&#8217;immagine dell&#8217;universo ridotta agli elementi essenziali: pietra, sabbia, rocce. In occidente percorriamo gli spazi vuoti, in Oriente li osservano.</p>
<p>Il vuoto più rappresentativo è il giardino del <strong>tempio Ryoan-ji</strong>. Da qualunque punto lo si ammiri, è possibile contare solo quattordici delle quindici rocce disposte sul letto di sabbia bianca: un masso risulta sempre nascosto alla vista dagli altri, in un gioco di prospettiva entusiasmante. Progettato da uno dei più grandi architetti/paesaggisti del 1400, il giardino rappresenta il binomio tra il conoscibile razionale e l&#8217;invisibile irrazionale.</p>
<p>Assieme al più famoso <strong>tempio Kinkaku-ji</strong>, conosciuto come il Padiglione d&#8217;oro, Ryoan-ji è una meta assolutamente imperdibile a Kyoto.</p>
<p><strong>CAP 6. JAP ENTERNTEINMENT</strong><br />
28 dicembre 2007 &#8211; 7 gennaio 2008 – Tokyo</p>
<p>www.japan-guide.com/penfriend/ E&#8217; un sito che ho scoperto molti anni fa e che permette di entrare in contatto con ragazzi e ragazze giapponesi interessati a scrivere e incontrare coetanei stranieri. Abbiamo così conosciuto Kaori, Yukari e Satoshi, tre personalità forti, amanti dell&#8217;Italia (girare per Tokyo e poter comunicare in italiano ci ha sorpresi!) e disponibili da farci da ciceroni.<br />
Giornate indimenticabili a base di karaoke, negozi di manga (fumetti giapponesi), musica j-rock, pachinko e purikula. Per chi si chiedesse cosa siano i <strong>purikula</strong>, ha la stessa nostra reazione alla proposta di Kaori! Simili alle cabine per le fototessere, ma molto più grandi, colorate e tecnologiche, ti permettono di creare piccoli francobolli adesivi sulla base di foto scattate assieme ad amici e personalizzabili con vari temi divertenti, scritte e disegnini. Una divertente prova per testare la propria creatività, sicuramente da provare!</p>
<p><strong>CAP 7. L&#8217;ONSEN</strong></p>
<p>Fare il bagno in Giappone significa dedicare del tempo a se stessi, attraverso un rito che mira alla pulizia della propria persona, non soltanto fisica, e al rilassamento. Il corpo nudo va strofinato con uno straccio intriso di bagnoschiuma all&#8217;esterno della vasca, mentre si è seduti su un piccolo sgabello generalmente difronte ad uno specchio; solo dopo essersi risciacquati, ci si può immergere nell&#8217;onsen, la vasca colma d&#8217;acqua calda, prima escludendo le spalle (per evitare problemi legati alla pressione) e dopo qualche minuto fino al collo. Dopo una decina di minuti, è raccomandabile uscire, raffreddarsi con dell&#8217;acqua tiepida/fredda ed eventualmente rimmergersi per ulteriori dieci minuti.</p>
<p>In tutto il Giappone i bagni pubblici sono diffusissimi, ma la nostra esperienza a Kyoto si è rivelata disastrosa: le vasche, classificate con &#8220;hot&#8221; e &#8220;very hot&#8221; erano riempite con dell&#8217;acqua talmente bollente da non riuscire nemmeno a immergere il piede. Vecchiette dalla pelle completamente arrossata per il calore (per non dire cotta), guardavano perplesse i miei vani tentativi, ma ovviamente con fare talmente discreto da non mettermi a disagio. Molto più gradevoli gli onsen degli alberghi in cui ho alloggiato, con grandi vasche simili a vere piscine a getto continuo e con l&#8217;acqua dalla temperatura sopportabile anche per noi occidentali!</p>
<p><strong>CAP 8. SHOPPINH&#038;TEXTURE</strong><br />
04 GENNAIO 2008 &#8211; Tokyo/Ginza, Omotesando, Roppongi Hill</p>
<p>L&#8217;architettura giapponese riveste un ruolo fondamentale nella scena contemporanea. Architetti quali Tadao Ando, Toyo Ito o Seijima, sono diventati delle vere icone e le loro idee e modalità progettuali sono state esportate in tutto il mondo.<br />
Un percorso contemporaneo imperdibile a Tokyo è quello legato alle vie dello shopping: <strong>Ginza</strong>, <strong>Omotesando</strong>, <strong>Roppongi Hill</strong> propongono boutique di famosissimi marchi legati alla moda (tra cui Gucci, Tod&#8217;s, Dior, Prada, Louis Vitton), parallelepipedi puri riconoscibili dalle texture delle facciate, giochi di richiami ai marchi stessi e alle iconografie.</p>
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		<title>JAPAN through my eyes</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 15:56:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Il Giappone visto con i miei occhi, non una vera e propria sintesi di ciò che ho visto e vissuto (4 minuti non sono sufficienti a mostrare tutto quello che ho sentito, ho conosciuto e assaggiato). Giappone, I&#8217;ll come back!
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/08/japan-through-my-eyes/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p> Il Giappone visto con i miei occhi, non una vera e propria sintesi di ciò che ho visto e vissuto (4 minuti non sono sufficienti a mostrare tutto quello che ho sentito, ho conosciuto e assaggiato). Giappone, I&#8217;ll come back!</p>
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		<title>Assaggiando l&#8217;India, Goa</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 21:57:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si dice che il Goa non sia la vera India. E per molti aspetti è così. A differenza del resto del paese, qui i colonizzatori sono stati i Portoghesi e l’indipendenza è arrivata solo nel 1961. Del passato coloniale rimangono l’architettura di alcune ville e soprattutto alcune chiese maestose. A differenza della &#8220;vera&#8221; India, qui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1541" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/08/pescatori.JPG" ><img src="http://www.viaggioideale.it/wp-content/uploads/2009/08/pescatori-300x225.jpg" alt="Goa - Pescatori" title="Goa - Pescatori" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-1541" /></a><p class="wp-caption-text">Goa - Pescatori</p></div>
<p>Si dice che il Goa non sia la vera India. E per molti aspetti è così. A differenza del resto del paese, qui i colonizzatori sono stati i Portoghesi e l’indipendenza è arrivata solo nel 1961. Del passato coloniale rimangono l’architettura di alcune ville e soprattutto alcune chiese maestose. A differenza della &#8220;vera&#8221; India, qui il cattolicesimo è alquanto diffuso.</p>
<p>Siamo arrivati in un periodo ottimale per il turismo, a metà febbraio. Non pensate di venire a trascorrere le vacanze estive qui: da giugno a settembre soffiano i monsoni, in parole povere, piogge torrenziali e assoluta impossibilità di bagnarsi in mare! Siamo partiti da Londra, semplicemente perché il viaggio è molto più conveniente. Il Goa è meta prediletta di inglesi (e russi), per cui è facile trovare occasioni vantaggiose dal Regno Unito. A febbraio il <strong>clima</strong> è caldo e abbastanza secco. Non c’è molta escursione termica e anche di notte la temperatura è piacevole.</p>
<p>Il Goa è diviso in due distretti, Nord e Sud e proprio a sud ci siamo diretti, perché qui si trovano le spiagge più belle e tranquille. Sentirete spesso ripetere, anche dai locali, che in questo stato non c’è la povertà dilagante di altre zone dell’India. Sicuramente è vero. Paragonando ciò che ho visto con la mia esperienza in Kenya ho notato che qui le case in muratura sono molto più numerose. I pali della corrente elettrica sono abbastanza capillari. L’acqua corrente non arriva in tutte le abitazioni, ma ho visto molti rubinetti pubblici e pochissimi pozzi. Rimane il solito problema della raccolta dei rifiuti, praticamente assente, per cui i bordi delle strade sono spesso usati come piccole discariche.</p>
<p>Il Goa ha la grande fortuna di essere una meta turistica famosa, frequentata assiduamente da inglesi e russi. Di italiani qui ne capitano davvero pochi. Qualcuno si dirige a Nord, ma dove eravamo noi era davvero impossibile trovarne e tutti si stupivano che fossimo lì.</p>
<p>Se le condizioni generali sono migliori, è però vero che nel Goa si riversano migliaia di Indiani provenienti dagli stati confinanti. Arrivano con l’inizio della stagione turistica, per tentare di vendere i loro manufatti o semplicemente per elemosinare qualche rupia.<br />
Vivono in capanne o semplicemente sotto qualche bastone ricoperto da teli di fortuna.<br />
Non sono andati a scuola, quindi non parlano nemmeno inglese. Già, l’inglese… i primi giorni ero assolutamente in difficoltà a capire il modo indiano di interpretare questa lingua. Poi ci si abitua (poco). Comunque anche per gli Indiani, è una lingua imparata sui banchi di scuola ed è studiata solo come terza opzione, dopo la lingua locale e l’hindi. In conclusione, capirsi non è proprio facile.</p>
<p>Meta del nostro soggiorno è stata <strong>Morbor Beach</strong>, a <strong>Cavelossim</strong>. Qui il mare Arabico si infrange su spiagge bianchissime e lunghe. Vicino al nostro hotel sfocia il fiume Sal, uno dei principali dello stato. Risalirlo in barca è stata una bella avventura. In prossimità dell&#8217;estuario si svolge l&#8217;attività dei pescatori: i più fortunati hanno un piccolo peschereccio, ma tanti si arrangiano con barchette simili a gusci di noce. Il fiume è habitat di numerose specie di uccelli variopinti, una vera gioia per gli amanti del bird-watching. Lungo le sue rive si notano i soliti contrasti dei paesi del terzo mondo: ville degne di Miami affiancano misere baracche. Vi sono poi numerose costruzioni coloniali, adesso usate dai locali come abitazioni, ma in stato davvero pessimo, perché i soldi per la manutenzione non ci sono.</p>
<p>Il Goa non è solo mare e relax. E’ possibile addentrarsi nella <strong>jungla</strong> alla scoperta della fauna o per ammirare bellezze naturali. Per esempio, è assolutamente da non perdere l’escursione alle <strong>cascate di Dudhsagar</strong>, le più alte dello stato (200 metri). E&#8217; possibile persino nuotare nel punto più basso. L’acqua è freschissima e tonificante. Un cartello riporta i nomi di tutti coloro che sono affogati qui dal 2003 in poi… sono indiani, che spesso cercano di imitare i turisti e si gettano in queste acque profonde, che richiedono un minimo di capacità natatorie. Le scimmiette faranno di tutto per rubare il cibo, soprattutto banane e pomodori. Numerosi avvisi vietano di nutrirle, perché poi gli animaletti si abituano a ricevere cibo dall’uomo e sono incapaci di provvedere a loro stessi nei periodi in cui i turisti non ci sono.</p>
<p>Il Goa è anche rinomato per la <strong>cucina</strong>, soprattutto a base di pesce. E’ possibile mangiare di tutto: granchi enormi, aragoste, gamberi giganti (a prezzi davvero convenienti). Buonissimo è il pomfret, un pesce che evidentemente si trova solo in questo mare. Esistono anche vari tipi di vini locali, oppure vi è l’immancabile birra Kinghfisher.</p>
<p>E&#8217; stata una vacanza piacevole ed interessante. Il Goa è ideale per chi vuole avvicinarsi all&#8217;India in maniera graduale (per noi era obbligatorio, visto che Letizia ha solo 7 anni). Si può scegliere tranquillamente quanto e come immergersi nel paese. Non è vero che qui l’India non c’è. E&#8217; subito fuori dai resort e basta poco per comprenderlo. Qui c’è un grande equilibrio: i piccoli paesi hanno un solo luogo di culto che è al tempo stesso moschea, tempio indù e chiesa cattolica. Il Goa ha molto da insegnarci in materia di pacifica convivenza e rispetto. Non sarà la vera India, ma sicuramente ne è un felice aspetto. </p>
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		<title>Pechino e dintorni</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 19:36:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Video di viaggio a Pechino, Grande muraglia, Città proibita, Palazzo d&#8217;estate.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/06/pechino-e-dintorni/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p> Video di viaggio a Pechino, Grande muraglia, Città proibita, Palazzo d&#8217;estate.</p>
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		<title>Cina, Xi&#8217;an &#8211; Esercito di terracotta</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 19:29:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Breve film sullo splendido esercito di terracotta dell&#8217;Imperatore a Xi&#8217;an, in Cina. 
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/06/cina-xian-esercito-di-terracotta/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p> Breve film sullo splendido esercito di terracotta dell&#8217;Imperatore a Xi&#8217;an, in Cina. </p>
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		<title>Persia, il cuore antico dell&#8217;Iran (parte 2)</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 16:26:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Film di un viaggio in Iran: Persepoli, Yazd (Zarathustra, Zoroastro), Kerman (deserto).
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			<content:encoded><![CDATA[<p><p><a href="http://www.viaggioideale.it/2009/06/persia-il-cuore-antico-delliran-parte-2/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p> Film di un viaggio in Iran: Persepoli, Yazd (Zarathustra, Zoroastro), Kerman (deserto).</p>
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		<title>Persia, il cuore antico dell&#8217;Iran (parte 1)</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 16:21:57 +0000</pubDate>
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